Una lettera d’amore per la Social Innovation


Ieri la mia giornata è stata diversa dal solito. A causa di un impegno sono tornata per la seconda volta a Siracusa, per la precisione a Ortigia. Sappiatelo: io fino a tre anni fa non sapevo nemmeno come fosse fatta Ortigia. Poi ci sono andata una volta e: bum. Mi sono innamorata. Non solo per l’arte che si respira ad ogni angolo ma soprattutto perché, varcato il ponte, sembra di stare proprio in un’altra dimensione.

Ortigia è anche la sede di Hub Siracusa (di cui ho già parlato nell’ articolo sulle Geek Girl) quindi quando posso, ogni scusa è buona per andare a respirare l’aria di quel posto e ricaricare le batterie.

Insomma. Ero lì che prendevo il caffè, guardavo il ponte e meditavo sulle persone, l’innovazione sociale, le startup e i progetti quando mi viene in mente un pezzo di “Le Città Invisibili” di Calvino. Protagonista Marco Polo che cerca di spiegare la struttura di un ponte a Kublai Kan.

–   Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?- chiede Kublai Kan.

–   Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.

Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

La frase finale continuava a ronzarmi in testa come un mantra mentre fissavo lo specchio dell’acqua. E ho capito che non mi era venuta a caso.  Proprio come le pietre del ponte impegnate a creare un passaggio fino alla riva opposta anche ciascuno di noi ha una sua funzione. Ma questa funzione può essere portata a termine solo se ci “incastriamo” con gli altri e smussiamo gli spigoli per un disegno comune.

Non solo: la metafora delle pietre calza a pennello anche nel campo della progettualità. Se ogni pietra rappresenta un’idea allora è solo l’insieme delle pietre, la posizione in cui sono disposte, il collante che le unisce a formare l’arco. E per farlo bisogna che gli architetti conoscano le pietre una ad una, e gli diano il giusto posto e il giusto peso.

E’ impossibile costruire quel ponte singolarmente. O almeno, è molto più difficile e lento. E soprattutto, a costruire da soli, si corre il rischio di perdersi qualche pietra o di fallire e mettere da parte il proprio sogno.

Questo me lo hanno insegnato anche i social media. E credetemi se vi dico che sul web c’è molta più gente di quello che pensate pronta a dare una mano in maniera del tutto volontaria ad un progetto in cui crede.

Ecco la sfida per il prossimo futuro: porsi davanti ai problemi di tutti i giorni e cercare soluzioni non da parte dei singoli ma come comunità, mixando saperi e sapori, conoscenze e attitudini, tradizioni e modernità.  Io la chiamo innovazione sociale. E’ piccola e neonata, ma io già la amo. E sarà il nostro ponte verso un pianeta migliore.

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10 risposte a Una lettera d’amore per la Social Innovation

  1. viaggiaresemplice ha detto:

    Concordo…credo nelle piccole rivoluzioni personali, ma condivise! e Ortigia è bellissima 🙂

  2. Francesco [wetooo] Veterani ha detto:

    Ciao, concordo anche io che le soluzioni si debbano trovare in maniera sociale e socializzante, anche solo per condividerne le possibili soluzioni (l’individualismo esasperato ci sta portando a raschiare il fondo del barile), ma allo stesso tempo non ne vedo l’innovazione, dopotutto esistono da sempre i sistemi sociali che si organizzano per risolvere problematiche comuni, quotidiane o di grande portata, un esempio non troppo antico possono essere i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che con tutti i loro limiti di possibile diffusione sono comunque una risposta sociale e aggregativa in contraltare alle logiche di mercato delle GDO (iper/supermercati…).
    Altri esempi di aggregazione sociale possono essere i sindacati (che però nel tempo si son trasformati in gruppi di potere…) o meglio ancora l’aggregazione sociale che ha visto promuovere gli ultimi referendum sull’acqua (in parte per il nucleare, lasciando da parte il legittimo impedimento voluto e organizzato da gruppi partitici).
    Con ciò non voglio assolutamente dire che la tua idea sia “vecchia” e/o scontata, anche perché immagino che nei tuoi pensieri ci siano anche degli strumenti studiati ad hoc. O mi sbaglio?

    • Ciao Francesco, in realtà il concetto di innovazione sociale non credo sia tanto nelle forme quanto nelle idee di fare le cose in maniera diversa. Ciò che hai citato tu, tra l’altro, erano strumenti particolarmente legati al territorio e agli obiettivi comuni, ma soprattutto formati da classi che provenivano tutte dallo stesso background (es. i sindacati riunivano lavoratori di un certo tipo, i gruppi di acquisto persone interessate a certe merci):
      L’innovazione sociale oggi non ha questo “limite” ma è molto estesa e può mixare contesti differenti: le risorse non arrivano solo e sempre da un campo ma da molteplici individui. I sistemi sociali su basi comuni hanno una grande storia: è la loro evoluzione (attraverso i social, i media, il tempo), la loro formazione e le intenzioni finali (ad esempio oggi ci sono più comunità attente all’aspetto etico, alla formazione gratuita, allo sviluppo ecosostenibile, etc.) a fare la differenza. Credo che ci stiamo iniziando a rendere conto che del mondo dobbiamo prendercene cura e affrontare i problemi usando tutto ciò che abbiamo a disposizione .. fa molto Mac Gyver! 🙂

      • Francesco [wetooo] Veterani ha detto:

        Ciao, allora ti invito ad analizzare la compagine che ha dato vita ai referendum sull’acqua e che sta ancora lavorando per l’applicazione degli stessi e per tutta una serie di questioni legate alla problematica idrica, te lo dico per esperienza personale (essendo uno dei tanti promotori). Ti racconto in breve, giusto per dare una minima idea, diversi anni fa alcuni attivisti si sono ritrovati a ragionare e prendere atto di quanto stava (e tutt’ora sta) accadendo nei confronti di quelli che generalmente vengono considerati “beni comuni” come la terra (intesa come territorio) l’acqua, la salute… si sono resi conto che in molte città del nostro paese si stavano formando aggregazioni di cittadini (comitati) che si stavano informando e stavano contrastando le temute privatizzazioni. Da questa presa di coscienza del sentire comune hanno iniziato ad elaborare una forma di collaborazione e di intreccio di esperienze che ha portato nel tempo alla nascita del Forum Italiano die Movimenti per l’Acqua e alla proposta di una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 300 mila firme sulla riorganizzazione del sistema idrico integrato (una cosa abbastanza complessa da comprendere per un “normale” cittadino disinteressato) riuscendo a coinvolgere quindi varie realtà sociali e associazionistiche di ampio respiro. Ma il forum non s’è fermato a questo, nel tempo è cresciuto ed ha coinvolto quasi ogni centro urbano d’Italia creando così una rete di conoscenze e di esperienze che ha fortemente aiutato a sviluppare le coscienze critiche che hanno dato vita a quei vittoriosi referendum (purtroppo ancora disattesi da una classe politica miope e sin troppo compiacente).

  3. Giuseppe Vitale ha detto:

    Io ieri, invece, sono stato a The Hub Bari e sono stato a visitare il salone delle Start Up della Fiera del Levante. Inoltre ne ho approfittato per respirare delle storie, anche attraverso delle terrecotte in mostra. Domani ne parlo con calma nel mio blog. Eccovi intanto un’anteprima in forma di mappa mentale che potete divertirvi a navigare: http://www.mindmeister.com/203478851/storie-in-fiera

  4. Te lo avevo già detto (credo), ma lo ribadisco. Mi piace il tuo stile, così come trovo utili le tue riflessioni. L’aggregazione sociale sarà anche un concetto vecchio, ma perseguire uno scopo condiviso riuscendo ad unire risorse, passione ed energie comuni, in un’epoca come la nostra, specialmente tra i giovani -non vorrei sembrare una “vecchia” con questi discorsi anche perché, ancora per poco, sto sotto i 30, ma ho comunque l’impressione che “siamo” la categoria più divisa – è certamente innovativo.

    • Grazie Marilù! Apprezzo tantissimo il tuo sostegno.Sono anche io sotto i 30 per poco, e mi svegliavo ogni mattina con l’angoscia. Poi ho capito che se fossi rimasta in quello stato la cosa mi avrebbe davvero distrutto. Conosco ogni giorno gente che ha tantissime capacità: ci vuole solo qualcuno che le unisca e le metta in gioco! E’ un percorso difficile, ma fattibile.

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