Il Lando innamorato.


Lando se ne stava seduto sul suo motorino a fissare il vuoto. Il termometro della farmacia in piazza segnava 38° netti e lui, più mezzo morto che mezzo vivo, ridotto il contagiri al massimo, respirava lentamente con movimenti impalpabili quasi fosse stato un coccodrillo che a pelo dell’acqua vede arrivare la preda.

Erano le 15.17 di un caldissimo pomeriggio d’agosto. Il paese semideserto sembrava fatto di cartapesta e lui, incurante dei moniti materni, aveva deciso di sfidarlo, il dio sole, e s’era messo nel punto esatto in cui uno straccio d’ombra faceva sembrare la canicola meno crudele. Non gli importava nulla. Dell’afa. Del caldo. Del sudore che gli componeva macchie di Rorschach sotto le ascelle. Lando aspettava immobile. Chi? Angela. Angela angelica. Angela La Bona. Angela con le tette così sode e dure che al solo pensarci sotto la maglietta ti veniva voglia di leccargliele come un gelato. Insomma, si. Lei. Angela. La stessa Angela che tre anni prima era solo un topolino con gli occhiali a cui Lando non prestava attenzione preso com’era a meditare su determinate curve cosmico stellari di Eve, Jessiche e Sarah. Ma poi (potenza delle sfere celesti) le iperboli astronomiche avevano colpito, come una stella cadente nella notte di San Lorenzo, anche il sorcio. E così da un giorno all’altro Lando s’era ritrovato come un cane che per prendere un altro osso fa cadere quello che ha in bocca. Sebbene il paese non fosse piccolo la quantità di femmine racchie era rilevante.  Lando le aveva distinte in categorie: racchiedachiesa ovvero quelle che passavano i pomeriggi nella sacrestia di Padre Gino, le racchie spaventapasseri  ovvero quello che pur brutte si agghindavano in modo da sembrare ancora più brutte, e le racchie irrecuperabili di cui non è necessario fare menzione.

Tutti questi gruppi avevano in comune l’odio profondo per quelle ragazze come Angela a cui il buon dio un giorno aveva deciso di fare crescere poppe e culo e non baffi e nei pelosi. In ogni caso Lando una racchia non l’avrebbe toccata nemmeno con un bastone. Certo c’era stata quella volta in cui, al campo parrocchiale dopo la battaglia di cocomero s’era trovato con la lingua nella bocca di Laura, reginetta delle racchie spaventapasseri, e ricordava ancora con un certo senso di ribrezzo la mano di lei che glielo frullava senza pietà e lo strizzava come se fosse un panno vileda. Ma comunque erano cose passate. L’immagine provocò in Lando un fremito che lo spinse a scuotere la testa in maniera leggera, come se una fastidiosa mosca gli si fosse posata sul naso.  Nei tempi a seguire Lando aveva visualizzato che nel futuro una donna di quel tipo proprio non ce la voleva e che, se proprio doveva farselo strizzare, avrebbe quantomeno dovuto scegliere una donna guardevole . una ca si putissi taliari vah.  E una di questa categoria era Angela.

Alle 15.35 la radio dal balcone del secondo piano si accese facendo partire l’inconfondibile canzone napoletana. Lando quella canzone l’aveva sentita tutti i giorni alla stessa ora. Ah si, perché forse non l’ho detto. Se non l’aveste capito Lando s’era messo in fissa di piantonare la casa di Angelica La Bona.  Un gesto romantico, direbbero i più sentimentali, se non fosse che Angelica La Bona a Lando non lo degnava di uno sguardo. Anzi, per dirla in francese, non lo cacava proprio. Per (!!!) beffarda legge di contrappasso infatti  quando aveva lasciato la vecchia pelle di sorcio per trasformarsi, Angelica aveva abbandonato anche i sospiri d’amore, i cuoricini sul diario e le scritte L+A= Love forever. Pure la scritta dalla panchina dei giardinetti aveva cancellato. Quella che aveva fatto con l’uniposca di nascosto. Fosse mai che un giorno l’onta di quelle parole avesse potuto nuocerle alla reputazione. Adesso Lando la sentiva muoversi nella stanza. Aprire e chiudere cassetti . La immaginava intenta a prepararsi, scegliere un vestito, sistemarsi i capelli. Le cose che fanno le donne quando vogliono far innamorare qualcuno.  Ah ecco, forse non ho detto nemmeno questo. Angela era innamorata. O almeno. Vagheggiava di unirsi carnalmente con Nando, barista dalla cresta irsuta e dall’attributo dalle  dimensioni mitologiche  e. come se non bastasse, cugino di Lando. Ma Nando aveva come unico interesse le tedesche. Una volta quando era in città ne aveva conosciute due: Kristel e Kristen. A dir suo le due teutoniche ragazze erano state piuttosto gentili  a spiegargli i dettagli della lingua ma Lando aveva più volte avuto l’impressione che questa parte del racconto fosse inventata di sana pianta. In ogni caso Nando schifava le tette locali e Angela  gli si strofinava addosso come una gatta in calore convinta che, prima o poi, anche le sue grazie nazionali avrebbero ricevuto apprezzamento.

Alle 15. 45 in punto la porta sbatte con violenza e dopo un rumore di passi giù dalle scale Angela La Bona, anzi solo Angela, perché lo avete capito già che è bona, esce dal portone.  Immediatamente i gradi per Lando passano da 38° a 50°. Salgono poi a 60° quando nota il vestito bianco con le bretelle di pizzo. 80° per l’assenza ( maliziosa) del reggiseno. E infine si arrestano sui 100° quando, con l’occhio arguto dell’osservatore, Lando nota la grande assente: la mutanda.  Il cervello di Lando è una pentola a pressione.  Davanti a lui Angela sta attraversando la piazza coperta solo da un sottile strato si stoffa bianca che ondeggia ai suoi movimenti . Gli sembra quasi di sentirlo l’odore dolciastro fra le gambe di lei, che forse non pensa che da una tale distanza, le sue nudità rivelino più di quanto voglia mostrare. Intanto dall’altra parte della strada Nando è arrivato a bordo della sua motocicletta e sta tirando su la saracinesca del bar. Lando non ne è sicuro ma la mano del cugino scivola un po’ più in basso del solito quando Angela si avvicina per baciarlo. Tutti e due entrano nel bar e per i successivi  27 minuti per Lando è l’agonia peggiore della vita. Altro che strazianti code in tangenziale. File alla posta. Il vero inferno è sapere che dentro al bar, con Nando e il suo enorme pene, c’è Angela la Bona, smaniosa ansimante e insoddisfatta, che offre procace la sua mercanzia a uno che vuole scoparsi solo le figlie di birra e wurstel. Quando Angela esce Lando si ricorda di respirare. Cerca, osserva, scruta. Un segno, un movimento che tradisca i sintomi della gioia postorgasmatica, ma non ne trova. Angela a passo svelto rientra nel portone e sparisce.

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