Se la morte non ci rende tutti uguali..


 

Da stamane su tutti i social network i messaggi di cordoglio per la morte di Marco Simoncelli i riempino profili e bacheche. Le scene del drammatico incidente sono passate decine di volte sotto i nostri occhi e forse, proprio la loro sconcertante banalità ci rendono ancora più difficile digerire l’ineluttabilità del fato. Link. pagine fans (alcune create  dagli avvoltoi del web appositamente per raccogliere adesioni). fotografie, video fioccano senza tregua. Quello che mi viene da pensare è che l’immagine che i media riflettono di noi non ci segua nella tomba e i vivi si prendono il disturbo di nutrirla con tutte le circostanziali ipocrisie del caso: talk-show, speciali tv, paginoni a colori dei quotidiani. Una tradizione funeraria dal gusto alquanto discutibile pari a quelle donne che venivano pagate per battersi il petto durante i funerali. Tutti pronti a ricordare il campione e le sue imprese. Ciao Sic.

Quello su cui voglio riflettere, al di là però della tristezza che posso provare per questo ragazzone che se n’è andato via troppo presto, è il diverso trattamento della morte. Ieri è venuto a mancare Damiano Russo. Chi? Direte voi. Damiano Russo, un attore di 28 anni che pochi  ricorderanno in viso. I più fortunati al massimo diranno che è una faccia conosciuta. Damiano, che di recente aveva recitato in un film-tv con Raoul Bova, aveva trascorso i suoi anni fra poche pellicole cinematografiche e serie televisive senza però fare mai il “botto”. Il destino è beffardo: anche lui ieri sera era sulla sua moto e ha perso la vita in un’incidente. Coincidenze. Due giovani, entrambi legati al mondo dello spettacolo, entrambi con dinamiche simili perdono la vita: ma mentre per uno c’è il cordoglio nazionale, la foto gigante con tanto di riferimento al video delle riprese ( per i più morbosi voyeur che non vogliono perdersi nessun dettaglio del macabro show)  per l’altro solo un piccolo trafiletto a fondo pagina. Certo: stiamo parlando di due figure completamente diverse a livello di presa sul pubblico: il primo legato a pubblicità e radio, solare, spiritoso, il secondo più introverso, meno esposto ai media e dalla vita più appartata. Stiamo parlando di due situazioni diverse: il primo muore in diretta in una gara con migliaia di spettatori, il secondo per le vie della sua città durante una tranquilla serata. Ma la morte non dovrebbe renderci tutti uguali? Evidentemente no, soprattutto se il trattamento  post mortem che ci riserva il mondo dell’informazione è diverso. Un caso simile era già successo: alla morte di Steve Jobs era seguita quella di Dennis Ritchie pioniere dei linguaggi di programmazione, ma la sua scomparsa non ha avuto la stessa risonanza nel grande circo mediatico.

Come a dire: speriamo di essere fortunati nel giorno del trapasso se vogliamo avere quei dannati 15 minuti di gloria.

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Una risposta a Se la morte non ci rende tutti uguali..

  1. GiulioL ha detto:

    Stica se non parlano di te tanto sei morto…

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