UltraV.


Il cantante degli UltraV mi sta stuprando.

In mezzo alla folla sento il suo fiato sul collo. Sento le sue mani veloci scorrere su di me. I suoi occhi bruciano mentre mi ansima all’orecchio parole che non riesco a capire. Riesco solo ad afferrarne un senso confuso. Prendimi. Prendilo.

Tu mi tenevi la testa. Lo ricordo ancora. Il tuo modo di fare l’amore era più legato a movimenti circolari come i cerchi che si creano in uno stagno dopo averci lanciato un sasso. Così era il tuo sesso dentro di me. Lanciato, gettato,  in attesa che si formassero delle onde. Onde che sussultavano. Onde che andavano per non tornare indietro. Onde.

Il cantante degli UltraV mi ficca due dita nell’anima e mi denuda.

Mi spoglia con lo sguardo, mastica la mia pelle sottile, mi entra nei muscoli con la sua energia. Mi sbatte contro il muro. Mi abbassa le resistenze, mi solleva le mani e mi afferra ai polsi. Urla. Urla. Urla. Ci saranno duecento persone almeno, ma lui vuole me. Lo sento tra le gambe. Vuole me e basta. Non la mora che si sbatte come una menade. Non la rossa che sballa sotto il bancone. Lui vuole me, che da lontano lo fisso mescendo col dito sul bordo del bicchiere i pensieri. Il sudore lo fa brillare come una stella. Lo immagino astro infuocato di galassie lontane. Questa stella che brucia.

Tu mi riempivi la testa di aria e mi stringevi alla gola. Mi uccidevi lentamente ma con lussuria. E niente era lasciato al caso. Non un gesto, non una stretta, non la tua lingua che tormentava il mio ombelico. Non le contrazioni del mio sesso, non la tua mano affamata, non Le tue dita nella mia bocca.

Il cantante degli UltraV scalcia e si dimena,crolla a terra come chi, in preda all’orgasmo, non controlla più le gambe. Lo puoi sentire rantolare affannato. Puoi capire che lui, dentro i pantaloni, ha goduto tanto da fare male.  E anche io. Il pubblico applaude. Le luci si spengono.

Mi incuneo fra la folla che esce. Nell’aria c’è il profumo dell’estate che muore, che odora come tutte le cose che finiscono. Ascolto i commenti di quelli che tornano a casa. Uno mi guarda. Forse vorrebbe farmi venire. Sorrido e ricambio. Lui si avvicina e in silenzio ci incamminiamo verso il buio.

Come se avessi un’insoddisfatta voglia in corpo.

 

 

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